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In questa opera Daniele Rebecchi lavora su un equilibrio delicato: il gesto sembra esplosivo, ma non è mai casuale. La superficie non è un campo di battaglia lasciato al caso, è piuttosto un sistema dinamico in cui forze diverse si urtano, si sovrappongono e poi trovano una tregua provvisoria. L’impressione iniziale è di energia libera; a uno sguardo più attento emerge una regia molto lucida.
Il fondo nero non è neutro: funziona come uno spazio di compressione, quasi un vuoto cosmico che costringe la materia a manifestarsi con più intensità. Le zone chiare non “galleggiano”, ma sembrano emergere per erosione, come se il nero fosse stato scavato piuttosto che dipinto sopra. Questo rovesciamento è interessante perché ribalta la logica classica del gesto pittorico.
Il segno lineare, nervoso, a tratti filamentoso, introduce una dimensione quasi biologica. Non descrive forme riconoscibili, ma evoca strutture viventi: nervi, radici, membrane, sinapsi. È un’astrazione che non guarda al puro formalismo, ma a processi naturali, a fenomeni che crescono, collassano e si riorganizzano. Qui Rebecchi si muove evitando l’estetica decorativa e resta nel territorio della tensione.
Molto efficace l’uso delle cromie sporche — ocra, verdi acidi, bruni — che sembrano ossidate, vissute. Non c’è compiacimento cromatico: il colore è funzionale alla materia, non il contrario. L’opera mantiene inoltre zone di attrito, aree irrisolte, passaggi volutamente sporchi che impediscono allo sguardo di accomodarsi.
In sintesi, Rebecchi mostra una pittura matura, consapevole della storia dell’astrazione gestuale ma non schiacciata da essa. Non cerca l’urlo, cerca la risonanza.
È un lavoro che non chiede di essere capito subito: chiede tempo. E oggi, paradossalmente, è una posizione quasi radicale.
Aria n.2 - 30 x 30 x 1 cm
2026 - © Daniele Rebecchi
Aria n.2 - Dettagli
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